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Reddito di cittadinanza e separazioni "fiscali" fittizie: si scoprono gli altarini?

Aggiornato il: 22 mar 2019


Il reddito di cittadinanza ha tanti difetti, ma almeno ha consentito di scoprire alcuni altarini che finora erano rimasti seminascosti. Non soltanto riguardo al rapporto tra italiani e fisco, ma anche rispetto al trattamento che il nostro sistema tributario riserva alla famiglia naturale.

Infatti, per rendere applicabile il nuovo sussidio, tra i vari abusi che Di Maio e soci hanno cercato di dribblare c'è anche quello delle separazioni coniugali fittizie. Si tratta del rischio che mariti e mogli stipulino una separazione “di comodo”, che consenta di abbattere il livello reddituale e patrimoniale del nucleo familiare, in modo di mettersi in condizioni di ricevere l’assegno. Lo stesso ministro del lavoro ha più volte tuonato contro la questa eventualità, preannunciando controlli e sanzioni penali pesantissime per i furbetti.

Ma è davvero probabile che simili abusi si diffondano, e soprattutto è possibile scoprirli e reprimerli? In realtà, sono molti anni che In Italia si verificano separazioni coniugali non giustificate dal venir meno della comunione di vita, bensì dall’intenzione di risparmiare sui tributi o di acquisire il diritto a determinati sussidi. Il fenomeno è diventato frequente negli anni Novanta, quando da una parte il senso del matrimonio è entrato in crisi profonda, e dall’altra si sono verificati inasprimenti tributari che hanno gravato soprattutto sui nuclei familiari.

Dopo il duemila la pratica ha cominciato a venire alla luce, non solo nella giurisprudenza e nei dibattiti sull’evasione fiscale, ma pure nei discorsi della gente comune e nel costume. C’è stato pure nel 2002 un film romantico di successo sulla crisi della coppia, “Casomai” di Alessandro D’Alatri, dove un commercialista senza scrupoli consigliava apertamente la separazione a una giovane coppia in crisi finanziaria – e poi sentimentale – interpretata da Fabio Volo e Stefania Rocca.

Vi sono alcune sentenze di Cassazione nelle quali il fenomeno è stato analizzato, senza però che si siano trovati gli strumenti idonei per reprimerlo. In effetti, è difficile entrare nella vita privata delle coppie al punto di sindacare l’autenticità di una separazione, quando è stata effettivamente cambiata la residenza di almeno uno dei due. Anzi, ci sono ottime ragioni per ritenere che i coniugi abbiano tutto il diritto di ottenere i benefici connessi allo stato di separazione, benché continuino a comportarsi come marito e moglie.

Del resto, la nostra società da tempo ha abbandonato l’idea del matrimonio come negozio giuridico di interesse pubblico, sul quale si fonda tutta l’organizzazione sociale, per giungere a considerarlo come un fatto privatissimo che riguarda solo i due sposi. Quindi, era logico e inevitabile che l’effettività della convivenza, l’affetto coniugale e pure l’esercizio della sessualità diventassero affari privati sui quali non si può andare a sindacare.

Ci sono studi dell’Agenzia delle Entrate e del Ministero delle Finanze che hanno messo in evidenza la diffusione di questa pratica, che potrebbe essere stata alla base dell'aumento, negli ultimi anni, delle cosiddette separazioni coi capelli grigi, cioè di persone di una certa età, che col tempo hanno acquisito un patrimonio da difendere.

Un’associazione di avvocati matrimonialisti ha ipotizzato, senza fornire fonti precise, che le separazioni fittizie potrebbero essere il 7% di quelle che vengono stipulate ogni anno. A volte, a dividersi per finta sono gli sposi che vogliono semplicemente lucrare sulla rispettiva differenza di reddito. Infatti, gli assegni di mantenimento per il coniuge separato (ma non quelli per i figli a carico) sono detraibili dal reddito di colui che paga, e vengono tassati in capo a chi li riceve, che però di solito sconta un’aliquota Irpef più bassa. Così, se uno dei due coniugi – quasi sempre la moglie – ha un reddito molto inferiore rispetto al capofamiglia, o è una casalinga, il risparmio fiscale può essere consistente.

La separazione fittizia in altre situazioni consente di ottenere, o di mantenere, vantaggi rispetto ai bandi per l'assegnazione di case popolari, o ai sussidi per le scuole e gli asili dei figli. Per non parlare di altre forme di assistenza che spesso gli enti locali concedono solo sulla base di un ISEE al di sotto di un certo importo. Nella realtà delle cose, infatti, molte volte solo una madre separata con i figli a carico riesce a rientrare in certi parametri fissati al ribasso.

Tuttavia, è quando in famiglia si giunge in presenza di una seconda o una terza casa che la separazione di comodo può diventare veramente conveniente. Infatti, l'unico requisito legale davvero necessario per potersi separare è cambiare la residenza di uno dei coniugi. Pertanto, quando arriva la disponibilità di un immobile in più, per via di un'eredità o di un investimento, o perché si è comperato un appartamento al mare per le vacanze, che cosa c'è di meglio per risparmiare che fare figurare come residente in esso il coniuge separato? In questo modo si evitano le notevoli imposte e tasse che gravano sulla seconda casa, sulle utenze della stessa, così come l’Imu e un altro certo numero di balzelli.

Nella prassi, la Guardia di Finanza è riuscita a contestare l’evasione fiscale o la truffa solo in certi casi nei quali i coniugi avevano esagerato con la costituzione di fondi patrimoniali o con le intestazioni fittizie dei propri beni in frode ai creditori. Tuttavia, una separazione legale pura e semplice è difficilmente attaccabile in diritto, anche se di fatto la coppia continua a vivere sotto lo stesso tetto. Non solo perché è arduo provare la persistente stabilità della convivenza, ma anche perché nel nostro ordinamento la riconciliazione è sempre possibile senza formalità. Quindi, se i due coniugi venissero colti in fallo, potrebbero sempre sostenere di stare facendo le prove per ritrovare l’amore di un tempo.

A parte la difficoltà di smentire scelte così intime, ci sono pure sentenze che danno ragione ai simulatori. La Cassazione ha infatti dovuto riconoscere che il presupposto della separazione legale è semplicemente quello di voler essere separati, mentre il venir meno della comunione e dell’intimità coniugale rimane un fatto privato non accertabile sul piano oggettivo. La giurisprudenza ha persino stabilito che in questi casi la simulazione non può nemmeno configurarsi in linea di principio.

A questo punto, ci si potrebbe chiedere perché non lo si faccia più spesso. Intanto, andrebbe detto che questa situazione è un chiaro indice di quanto nel nostro Paese mettere su famiglia sia una scelta assolutamente sfavorita dalla legge. Con buona pace della Costituzione che all’art. 29 riconosce e garantisce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

Quindi, è discutibile che sia poi così immorale cercare di difendersi da un sistema tributario che non riconosce assolutamente il valore sociale del metter su famiglia e di procreare. Basti pensare che le detrazioni per i figli a carico sono irrisorie rispetto ai reali costi del loro mantenimento.

L'unica vera controindicazione consiste nel fatto che il coniuge all'inizio aveva accettato di simulare lo stato di separazione, poi decida di separarsi per davvero. Magari, dopo avere verificato che in fondo la nuova situazione non gli è dispiaciuta per niente, specie se gli è stata attribuita la piena disponibilità di una casa.

In questo caso, se il partner volesse tornare sui suoi passi, per i motivi di cui sopra non ci riuscirebbe e sarebbe costretto a rassegnarsi. E se aveva dichiarato un contributo di mantenimento mai effettivamente pagato negli anni, non solo potrebbe vedersi richiedere gli arretrati, ma andrebbe pure incontro a possibili sanzioni penali.

In definitiva, si tratta di una distorsione del nostro ordinamento che è ottima per i coniugi che decidono di ricambiare la sfiducia dello Stato nei confronti della famiglia. Purché si fidino moltissimo l'uno dell'altra, cosa alquanto rara di questi tempi, e sempre un po’ rischiosa.

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