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I costi della separazione e del divorzio

Oltre le apparenze e i luoghi comuni

Un’avvocatessa familiarista di nostra conoscenza, peraltro molto brava e preparata, sosteneva di essere solita replicare in maniera molto dura a coloro che si lamentavano del preventivo della parcella relativa alla propria separazione o al divorzio, specie se appartenevano a quel tipo di clienti che pretendono che il loro legale raggiunga a tutti i costi i risultati che si sono prefissi.​

Ora, noi avvocati che ci occupiamo di crisi familiari sappiamo per primi che in questo campo conviene sempre evitare i modi di fare poco accoglienti, considerate le poste in gioco. Tuttavia, la pratica del diritto di famiglia presenta alcuni paradossi significativi, che solo qualora vengano spiegati con chiarezza - a costo di apparire rudi - possono richiamare il cliente a una piena consapevolezza di quello che sta per fare, così come di quello che l’avvocato può fare per lui. ​

Ciò premesso, quali sono i costi legali che ci si deve attendere quando si incappa in una pratica di separazione o di divorzio? A questo riguardo esistono numerosi luoghi comuni, in primo luogo quello per cui l’avvocato - fedele all’antico brocardo per cui “causa che pende causa che rende” - di solito tenderebbe a guidare i suoi clienti verso le rivendicazioni più oltranziste, perché altrimenti la sua parcella potrebbe risultare troppo misera. C’è un fondo di verità in questo ragionamento, come del resto in tutti i luoghi comuni, ma la situazione reale è molto più complessa. ​

Intanto va detto che, specie con i nuovi tariffari forensi, gli avvocati non sono mai pagati a tassametro. Poi, con l’introduzione dell’obbligo del preventivo e con l’abolizione dei minimi tariffari, ora i clienti hanno a disposizione molti più strumenti per difendersi dalle spese legali eccessive o non giustificate. 

Ma a parte questo, nell’esperienza di ogni avvocato familiarista ci sono clienti che sarebbero disposti a pagare dieci volte di più del dovuto, non tanto se l’avvocato si dimostrerà in grado di ottenere tutto quello che vogliono, quanto se riuscirà a fare ottenere anche solo un poco di meno all’odiata controparte. ​

Per questo, quando si tratta di crisi familiari, se il cliente punta con intransigenza alla massimizzazione del suo interesse, o vuole a tutti i costi prendersi rivincite morali nei confronti del partner, un buon professionista del settore deve in primo luogo sapergli dire la verità, e cioè che in una materia così delicata il suo interesse individuale potrebbe essere distruttivo per quello di tanti altri, in primo luogo dei figli, e rischiare facilmente di ritorcersi contro di lui. Al contrario, se l’obiettivo del cliente è quello di evitare una separazione iperconflittuale o di mantenere, nonostante la stessa, un rapporto equilibrato con i propri figli, allora un familiarista responsabile deve saperlo guidare verso soluzioni di accettabile compromesso, anche se queste comportassero guadagni minori per il professionista, e rinunce per il cliente stesso. ​

In ogni caso, un buon avvocato deve sapere sempre spiegare al cliente che - in tutti i campi del diritto civile - non serve a nulla avere ragione, ma conta solo sapersela far dare. Certe spese legali che al cliente sembrano ingiustificate, in realtà lo sono ampiamente, nel suo interesse e non solo in quello del professionista. Inoltre, come si è accennato, da qualche anno per obbligo deontologico l’avvocato fin dall’inizio della pratica deve sottoporre al cliente un preventivo completo delle spese prevedibili che si andranno a affrontare, e fornirgli una informazione compiuta sulla possibilità di evitare la causa ricorrendo alla mediazione, alla negoziazione assistita o all’arbitrato.

Alcuni di questi istituti operano anche in materia familiare, e quindi è importante che l’avvocato specialista del ramo sappia essere esauriente nel rapporto fiduciario con il suo cliente, non nascondendogli mai le soluzioni alternative al contenzioso che ci possono essere.​

Ma in concreto, quando si deve ricorrere alla separazione o al divorzio giudiziali, piuttosto che alle procedure consensuali? La risposta classica - addirittura evangelica (cfr. Mt, 5, 25; Lc, 12, 58) - sarebbe che le soluzioni contenziose, che inevitabilmente risultano più costose, si dovrebbero utilizzare soltanto quando proprio non è stato possibile un accordo con la controparte, sia pure se si fosse verificato, mediante una accurata analisi del rapporto tra costi e benefici, di rimetterci qualcosa accettando la transazione piuttosto che tentando il ricorso al giudice. ​

Alcuni invece danno per scontato che alla separazione giudiziale si debba sempre ricorrere, quando vi sia stata la violazione da parte del coniuge dei doveri che derivano dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia), per cui può pure essere richiesta la separazione con addebito. Questo tuttavia non è un buon criterio di orientamento, dal momento che nella corrente situazione sociale e legislativa l’istituto dell’addebito il più delle volte viene ad avere un valore soltanto morale, ed è anche abbastanza difficile da ottenere. ​

Nella maggior parte delle situazioni conviene piuttosto non insistere su una richiesta di addebito della separazione, così come in tante altre richieste di principio o puramente “punitive”, per non rimanere esposti a un contenzioso inutile, anche se secondo giustizia si avrebbero tutte le ragioni per rivendicare o per recriminare. Quanto meno, in questi casi è necessario non perdere mai di vista tutte le altre possibili soluzioni del conflitto, ed è qui che si vede la reale professionalità dell’avvocato, che deve saper guidare il suo assistito verso le soluzioni più opportune, anche se possono risultare - per lui o per lo stesso cliente - meno soddisfacenti sul piano morale o su quello economico.

Quando sono in gioco gli affetti familiari, e si è generata una profonda sofferenza se non un incoercibile rancore per il fallimento del matrimonio o del progetto di vita in comune, è difficile non farsi prendere dalla voglia di litigare, e gli interessi economici diventano facilmente un pretesto.

Ma in realtà la separazione giudiziale - come del resto il divorzio e anche i ricorsi giudiziali per la modifica delle condizioni di affidamento e di mantenimento dei figli - sarebbero sempre da utilizzare solo come estrema ratio, quando il disaccordo ha coinvolto quelli che potremmo definire i valori non negoziabili di una crisi familiare, e cioè l’interesse dei figli a mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, nonché l’interesse del coniuge che subisce la separazione a non soccombere ingiustamente sotto a enormi pregiudizi economici e patrimoniali.​

Queste ultime situazioni di solito si verificano quando il contenzioso si concentra sulla destinazione della casa coniugale, laddove ne sia stata chiesta l’assegnazione, oppure quando si discute su assegni di mantenimento che di fatto l’obbligato non è in grado di sostenere. In tutti questi casi, la maggiore spesa che comporta il procedimento giudiziale viene a essere giustificata dalla necessità di evitare pregiudizi troppo forti, anche se un avvocato responsabile quando preventiva la sua parcella deve tenere presente che situazioni di questo tipo - nelle quali emergono chiaramente gli effetti devastanti del fenomeno della disgregazione della famiglia - si accompagnano spesso a situazioni di forte stress economico per il cliente.

Tuttavia, anche nelle altre situazioni, è sempre giusto mantenersi disponibili verso soluzioni transattive, benché spesso il cliente fatichi a accettarle sul piano psicologico. Nella attuale situazione legislativa, decisioni di compromesso possono essere raggiunte anche per mezzo della mediazione familiare, della negoziazione assistita, o con i tempi del cosiddetto “divorzio breve”. Ma alla base di tutto vi è sempre il fatto che un avvocato familiarista responsabile, oltre a dover informare il cliente sulla possibilità di ricorrere agli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, deve essere in grado di agire lui stesso con efficacia in senso conciliativo.

Qui tuttavia affiorano i paradossi del diritto di famiglia dei quali dicevamo all’inizio, per cui al cliente che si lamenta dei costi giudiziari di una separazione da lui voluta a tutti i costi non è sbagliato replicare che si tratta solo di una minima parte dei costi che lui stesso, così come tanti altri, dovranno pagare. In effetti, a parte il deprecabile fenomeno delle pratiche di divorzio offerte in rete a prezzo scontatissimo e magari con tanto di “Black Friday”  da parte di avvocati che si accontentano, esiste nel pubblico la diffusa tendenza a considerare il proprio divorzio come una pratica fastidiosa che si dovrebbe ottenere con la maggiore facilità e minor costo possibile.

 

D’altronde il legislatore favorisce da decenni questa tendenza, come dimostrano le recenti innovazioni legislative che servono a rendere il divorzio sempre più rapido e anche economico. Per questo, andrebbe sempre ricordato che le soluzioni rapide e economiche in questo campo presentano dei notevoli rischi per l’interesse dei clienti. Si tratta della pura verità, anche se detto da un avvocato può sembrare un discorso troppo pro domo sua. Solo a titolo di esempio, a chi scrive è già capitato più volte di incontrare signore che hanno accordato con facilità il divorzio al loro ex compagno di vita, recandosi direttamente con lui dall’Ufficiale di Stato Civile, come oggi è consentito dalla legge, per poi accorgersi solo a fatto compiuto che in questo modo hanno perso il diritto alla pensione di reversibilità.

 

Ma il punto non è tanto questo. In realtà sarebbe opportuno che le persone si rendessero conto che finché si tratta di questioni di soldi, di interessi, di commercio o di immobili da comprare o vendere, ognuno ha il pieno diritto di fare i propri interessi in modo insindacabile, purché onesto, e di pretendere dagli avvocati il massimo dell’efficacia al prezzo più conveniente possibile. Al contrario, però, la fine del proprio matrimonio è una scelta che mette sempre in gioco i beni e gli affetti più essenziali della vita, e il più delle volte chi la persegue crea dei danni enormi intorno a sé, dei quali non si rende nemmeno conto. Questo è vero non solo nei confronti del partner che vede distrutto il progetto di vita che si era intrapreso, ma soprattutto verso i figli, e anche verso tutte le persone che stavano attorno all’ambiente familiare della coppia che si divide, e in ultima analisi anche verso sé stessi.

 

Cercare di arrivare al risultato del divorzio spendendo il meno possibile, maledicendo il giorno in cui ci si era sposati e magari lo stesso istituto del matrimonio, non è mai un atteggiamento positivo, soprattutto perché moltiplica i danni ai quali ci si espone. Non si tratta solo di coloro che si lamentano di dovere pagare l’avvocato, e magari tentano di risparmiare per puro puntiglio anche sulle spese più irrisorie, così come sull’assegno di mantenimento per la ex moglie e per i figli, anche a discapito del bene di questi ultimi (e non di rado si tratta di clienti che spenderebbero volentieri dieci volte tanto per l’ultimo modello di cellulare o per un fine settimana diverso dal solito).

 

In realtà, in questo settore capita anche di trovare potenziali clienti disposti a pagare molto più del dovuto, pur di riuscire ad ottenere anche solo un piccolo miglioramento economico nelle condizioni di mantenimento dei familiari, che riesca a lenire la loro sofferenza offrendo loro il senso di una rivincita nei confronti di un ex coniuge nei confronti del quale sono pervasi dal rancore.

 

Anche questi atteggiamenti, sia pure a volte comprensibili, sono nel contempo tali da creare potenzialmente danni inutili a sé stessi e ai propri figli. Proprio per questo, sarebbe urgente arrivare a riforme legislative di principio che avrebbero l’effetto di scoraggiare il contenzioso, come l’introduzione generalizzata dell’obbligo di mediazione familiare preventiva (che esiste senza scandalo in altri paesi di indubbia civiltà giuridica), del “mantenimento diretto” e dei tempi minimi di condivisione dell’affidamento della prole. Sono tutte soluzioni che potrebbero eliminare alla radice certe battaglie giudiziali, e di conseguenza abbattere i costi delle parcelle degli avvocati, anche se molti cercano di negarlo e di nasconderlo, spesso per più per convinzioni ideologiche che non per un vero interesse economico. ​​

 

In definitiva, nel diritto di famiglia, uno dei motivi per cui può valer la pena di affrontare un costo sostenuto nelle spese legali, è quello di trovare un avvocato che, con la sua competenza ed esperienza, piuttosto che difendere a spada tratta le ragioni del cliente sia in grado prima di tutto di garantirgli una completa informazione, e poi di venire incontro agli stati emotivi sia del cliente che degli altri soggetti interessati, per orientare le trattative verso soluzioni che, per quanto sul momento possano sembrare una mezza sconfitta, alla lunga si dimostrano le più rispettose degli interessi di tutti.

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