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L'ideologia nel diritto di famiglia e gli abusi degli ordini professionali

Articolo per "La Verità", febbraio 2019

I fantasmi ideologici del Novecento sono ancora tra di noi. Non solo sulla scena politica, ma anche, in modo più subdolo, nel mondo delle professioni e della pubblica amministrazione. In troppi casi, specialmente nei settori del diritto, della sanità e della psicologia, gli allievi e gli eredi di chi si era affermato dagli anni Settanta in poi continuano a essere condizionati dall’ideologia totalitaria dei loro maestri. È un fattore che ancora oggi influisce sulla vita di milioni di persone, in tante situazioni quasi sempre misconosciute.

L’ipoteca ideologica influisce pure sul pensiero di chi, per autocertificazione, sostiene di essersi liberato dei dogmi che aveva sostenuto in passato, e finisce così per colpire i più deboli e inconsapevoli tra i cittadini, quando si trovano loro malgrado ad avere a che fare con lo Stato e gli apparati della giustizia.

Non si tratta soltanto del rapporto critico tra magistratura e politica, del quale le cronache continuano a fornirci esempi ricorrenti fin dai tempi di Tangentopoli. L’abuso di ideologia a tutt’oggi pervade un numero enorme e insospettato di drammi privati, che si consumano lontano dai riflettori, dietro le quinte dello scenario delle famiglie in crisi e dei genitori separati dai figli, dove i dogmi delle ideologie novecentesche ancora spadroneggiano nei tribunali e negli ordini professionali.

Il recente caso di Linda Nielsen, l’insigne studiosa che ha clamorosamente smentito il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi che aveva abusato della sua autorità, in un’audizione al Senato sul tema della riforma dell’affidamento dei figli minori, è stato solo l'ultimo esempio. Già in passato, infatti, negli stessi ambienti professionali si erano evidenziate condotte discutibili, sempre riguardo a temi che hanno a che vedere con la crisi dei rapporti tra i due sessi.

Non pochi psicologi, infatti, negli anni scorsi sono stati messi sotto processo disciplinare e sostanzialmente costretti all’abiura, per avere espresso opinioni devianti in tema di omosessualità. Si è trattato di abusi clamorosi rispetto al ruolo che sarebbe proprio di un ordine professionale. Un po’ come se i rappresentanti dei medici o degli avvocati pretendessero di decidere non sulla condotta deontologica dei loro professionisti, bensì sulle idee che professano, anche privatamente, sulle questioni più dibattute del diritto o della salute pubblica.

È uno degli esiti dell’onda lunga della rivoluzione sessuale, che oggi sta lanciando l’assalto finale alla famiglia naturale imponendo il politicamente corretto nei rapporti di coppia, e con esso le cosiddette teorie del gender. Un dogma che a ben vedere è nato solo col nuovo secolo, ma imperversa nel mondo professionale, intervenendo pesantemente a condizionare alcuni snodi fondamentali della vita delle persone.

La radice di queste distorsioni è nella perdita del senso dei confini che dovrebbero delimitare i rapporti tra ideologia, scienza e deontologia professionale. Il disegno di legge del senatore Pillon, che si è proposto di mettere ordine nella materia del diritto di famiglia, dove oggi regnano l’individualismo e l’egoismo degli adulti, ha scatenato i difensori dell’impostazione dogmatica del divorzio, inteso non come problema sociale ma come fondamentale diritto di libertà.

Così, strumenti come la mediazione familiare che prima venivano visti dagli operatori del settore, e anche dalla politica, quali preziose risorse per risolvere il contenzioso tra coppie in crisi, per certuni oggi sono diventati quasi dei nemici pubblici. Ciò è avvenuto da quando il disegno di legge in questione ha cercato di valorizzarne il ruolo per difendere il diritto dei figli a mantenere rapporti paritetici con entrambi i genitori.

Il fenomeno non è dovuto soltanto al persistere di un’ideologia antifamiliare. A ciò si aggiunge che la riforma del diritto di famiglia nel senso auspicato dai promotori del ddl Pillon verrebbe a colpire interessi professionali ingenti e consolidati. Il settore degli psicologi è senz'altro tra i maggiormente interessati, ma non è l’unico. Probabilmente, il loro Consiglio Nazionale nel caso Linda Nielsen si è così sbilanciato – tra l’altro contraddicendo clamorosamente un proprio stesso parere di pochi anni prima – in quanto si è reso conto che, se messo in mani di specialisti non ideologicamente orientati, l’attuazione piena dell'affidamento condiviso dei figli minori sconvolgerebbe l’autorità su cui si fonda il potere di una pletora di loro colleghi.

Non è solo l’avversione politica verso il cattivo leghista, oltretutto cattolico e “medioevale”, che ha portato certi consessi a cambiare idea con tanta energia. Il punto è che nei tribunali italiani, negli ultimi vent’anni, i giudici hanno preso l’abitudine di risolvere le difficoltà dei contenziosi sull'affidamento dei figli, delegando di fatto la decisione ai consulenti tecnici. Questi ultimi, specialisti della psicologia o della psichiatria, tendono a agire in base a protocolli di intervento stereotipati, che risentono molto di una visione ideologica del rapporto tra i due sessi di fronte alla genitorialità.

In genere si tratta di un numero relativamente ridotto di consulenti di fiducia dei magistrati. Per essi vengono formulati quesiti peritali molto ampi, mediante i quali nei fatti viene loro delegato il compito di tracciare una vera e propria diagnosi sull'idoneità di una o di entrambe le parti in causa a essere genitori.

Una prassi che, dal punto di vista delle garanzie costituzionali, non dovrebbe essere consentita, perché al di fuori di serie e comprovate situazioni di abuso o di pericolo per i figli minori, è inammissibile l’imposizione di accertamenti psichiatrici sui cittadini, riguardo a aspetti così soggettivi e insindacabili della personalità.

Tra l'altro, sono decine di migliaia le situazioni nelle quali nel nostro Paese, non appena giunge alle orecchie delle autorità il sospetto di qualche criticità nel rapporto tra genitori in crisi, vengono fatti intervenire i servizi sociali. Questi ultimi, composti da operatori spesso carenti di competenze in ambito sia psicologico-sanitario che giuridico, dovrebbero aiutare le coppie genitoriali a affrontare le situazioni di vulnerabilità. Tuttavia, nella prassi, gli assistenti sociali diventano anch’essi arbitri delle difficoltà che si trovano di fronte, al punto che nei casi più seri con i loro pareri contribuiscono a espropriare i genitori dell'esercizio della potestà sui figli.

A chi scrive, come avvocato ma anche come studioso di diritto di famiglia, è capitato più volte di incontrare genitori la cui principale preoccupazione era di non sottoporre la propria situazione al giudizio dei tribunali o dei servizi sanitari del loro comune di appartenenza. La loro paura era esplicitamente quella di poter perdere i figli, o quantomeno di essere pesantemente invasi nella propria intimità familiare, a seguito di un ipotetico intervento degli assistenti sociali. Questo anche in casi nei quali non ve ne sarebbero stati nemmeno lontanamente i presupposti.

Gli operatori che dovrebbero essere uno strumento di supporto per le famiglie, messo a disposizione dalla collettività, sono così diventati nell'immaginario delle famiglie stesse dei veri e propri nemici dai quali guardarsi. Peggio che gli esattori delle tasse dei tempi di Robin Hood.

In definitiva, quindi, il disegno di legge in discussione al Senato sull’introduzione della bigenitorialità effettiva, nonostante le buone intenzioni di tanti operatori, sta scoperchiando il classico vaso di Pandora. Non è facile mettere in discussione un sistema consolidato, al quale troppi professionisti del diritto e della psicologia non sanno né vogliono rinunciare, spesso più per pregiudizi ideologici che per interesse. È quindi necessario governare questo processo, per evitare che una riforma che in buona parte dei Paesi occidentali è già una prassi scontata, in Italia rimanga impigliata dentro a una rete di convenienze inconfessabili.


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