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L'affido condiviso ristabilisce l'equità ma è contrastato anche dai cattolici

(Articolo pubblicato su "La Verità" del 25 settembre 2018)

La realtà ha delle ragioni che la politica proprio non vuol conoscere. Quando si tratta di divorzi e di figli minori, il principio già da anni era particolarmente evidente, ma lo è divenuto ancor di più in occasione del nuovo disegno di legge sulla riforma dell’affidamento condiviso. L’opposizione da parte femminista era scontata. Ma anche per quanto riguarda i cattolici, sta avendo ancora una volta ragione la buonanima del cardinale Carlo Caffarra: solo un cieco non vede la confusione che c’è oggi nella Chiesa. Stavolta non si tratta di dottrina, ma il tema di fondo è sempre quello della famiglia. Infatti, da parte di alcuni commentatori cattolici si è mostrata – nella migliore delle ipotesi – una sorprendente ignoranza delle problematiche giuridiche, sociologiche e di psicologia che sono in campo. Sono state avanzate obiezioni emotive e strumentali, per temi che invece avrebbero più che mai bisogno di risposte consapevoli e competenti. Del resto, non è una novità per il mondo cattolico. A chi scrive, nelle trascorse due legislature, alcuni parlamentari di ispirazione pro-family telefonavano mezz’ora prima di andare in aula, per chiedere consiglio su cosa dire riguardo alle proposte di legge che riguardavano la famiglia e il matrimonio. E questo benché, allora come oggi, fossi un semplice avvocato di provincia, autore di un paio di saggi sull'argomento che peraltro ho sempre considerato come parole al vento, scritte a futura memoria di pochi. Adesso i tempi sembrano cambiati addirittura in peggio. Infatti, all’epoca molti opinionisti di solito moderati improvvisavano per semplice ignoranza tecnica. Ma ora invece sembrano aver definitivamente sposato, forse senza nemmeno accorgersene, le tesi del mainstream femminista. Ripartiamo quindi dall'inizio della storia, per cercare di capirne un po’ di più. Nei primissimi anni settanta, mentre in tutto l’Occidente si stava avviando la cosiddetta rivoluzione sessuale, l’introduzione del “divorzio senza colpa” – cioè per pure ragioni sentimentali – ebbe anche in Italia l’effetto collaterale di separare, sul piano simbolico e culturale, il matrimonio dalla procreazione. Il sistema dei divorzi dovette subito farsi carico della sorte dei bambini. Essi infatti si trovarono subito a essere le parti più deboli in assoluto, in mezzo al conflitto dei genitori ai quali, nel giro di pochi anni, nessuno si sarebbe nemmeno più azzardato a chiedere di rimanere insieme “per il loro bene”. La soluzione fu quella di mettere al centro i loro bisogni in via figurata, purché non venisse messa in discussione la nuova libertà sentimentale concessa agli adulti. Questo portò al radicarsi della gigantesca ipocrisia del “preminente interesse del minore”, sulla quale ancora oggi in Italia si regge tutto il sistema delle separazioni e dei divorzi. Infatti, il bene dei bambini dovrebbe essere il nord della bussola di tutti gli operatori del settore, ma nessuno vuole ammettere che al contrario il bene davvero prevalente è l’interesse dei genitori, o anche di uno solo, a voler divorziare dall'altro. Nessuno riconosce ciò che invece la realtà impone come evidenza, e cioè che il vero preminente interesse del minore, nella generalità dei casi, sarebbe quello che i suoi genitori non si separassero. Ciò comporta che, nonostante quel che vogliono darci a bere, il sistema divorzista è sempre stato centrato sugli interessi degli adulti. Non bisogna quindi impressionarsi della levata di scudi di tanta parte dell’avvocatura, e di alcuni studiosi di psicologia, contro il disegno di legge del senatore Pillon. Infatti, spesso e volentieri, si tratta degli stessi nomi che dodici anni fa erano insorti contro l’approvazione della legge sull'affidamento condiviso che oggi considerano intoccabile. Basta essere un po’ del giro, per capire che avvocati e consulenti non vogliono mai che i giudici siano limitati nella possibilità di decidere come impone la cultura dominante. Nel 2006, quegli stessi esperti dicevano che superare l’affidamento esclusivo alle madri sarebbe stato un disastro, perché si sarebbero intasati i tribunali di ricorsi paterni e, ça va sans dire, si sarebbero messe in discussione le sacrosante conquiste delle donne. Ora, da parte cattolica, alcuni hanno spostato un po' il tiro, denunciando che stavolta a essere in pericolo sarebbero i diritti delle mamme, cosa che in Italia funziona sempre, ma senza nemmeno avvicinarsi a una reale consapevolezza del problema. Al contrario, la riforma in discussione in Parlamento serve proprio a evitare che nella pratica giudiziaria si continui a decidere secondo i pregiudizi correnti, accogliendo criteri che non sono di certo una invenzione di Pillon. Si punta infatti a introdurre anche in Italia principi di equità già comprovati da esperienze internazionali e, sul piano giuridico, da una risoluzione del Consiglio d’Europa. Nel 2015 quest’ultimo ha raccomandato il cosiddetto shared parenting, per cui i figli dei separati – in assenza di specifiche controindicazioni –, già dai due o tre anni di età devono preferenzialmente avere doppia residenza, e tempi di permanenza presso un genitore di almeno un terzo rispetto all'altro. Rispetto a questo standard, i giudici hanno comunque il sacrosanto obbligo di verificare le situazioni contingenti in contraddittorio coi genitori, ma devono giustificare le deroghe al principio. I contenuti di questa risoluzione sono già realtà in diversi stati europei e degli Usa, cosi come in Australia e nel Quebec canadese. In tutti questi Paesi, peraltro, è fuori discussione che la pariteticità non debba essere sempre e comunque perfetta. In presenza di bambini molto piccoli, è ovvio che anche in assenza di accordo sarà la madre a essere privilegiata. Ma la presenza paterna deve essere incrementata senza aspettare l’adolescenza, quando il ruolo paterno diventa ancor più essenziale. Ed è comunque necessario che si metta fine all'assoluto imperio del “caso per caso”, che nella pratica finisce sempre per essere quello imposto dal pensiero dominante. In considerazione di tutto ciò, l'allarme secondo il quale il nuovo disegno di legge sarebbe centrato sugli interessi degli adulti piuttosto che su quello dei minori, è ipocrita e chiaramente strumentale. Tra l'altro, chi davvero studia il fenomeno sa che nei Paesi dove già è stato sperimentato lo shared parenting non è successo il finimondo. Ci sono studi psichiatrici autorevoli che attestano che il benessere dei figli abituati fin dalla tenera età a risiedere sia nella casa della mamma che del papà è maggiore di quelli in custodia monoparentale. Alla faccia dei “pacchi postali”, dei quali si lamenta la cultura mammista che in effetti, per ragioni addirittura ancestrali, in Italia è più forte che altrove. Ma ancor più importante è che si superi il concetto tipicamente mediterraneo, cioè familista, di assegnazione della casa familiare indipendentemente dalla proprietà. Questa sarebbe la più grande conquista del disegno di legge Pillon, se solo riuscirà a reggere l’urto parlamentare. Infatti, l'idea fino a ora imperante per cui il bisogno di stabilità dei bambini dovrebbe sempre prevalere anche sui titoli di proprietà riguardanti l'immobile, è una delle cause nascoste della crisi del matrimonio. Uno dei maggiori ostacoli allo sposarsi, tra le giovani coppie di oggi, è proprio quello per cui, non essendoci alcuna tutela contro l'eventualità che l'altro coniuge voglia interrompere la relazione, nessuno accetta di buon grado di poter essere espropriato dei beni e delle garanzie economiche sulle quali aveva costruito un progetto di vita. Questa incertezza è anche una delle ragioni pregnanti dell'attuale crisi della natalità, perché nulla scoraggia le coppie dall'avere figli quanto l’impossibilità di veder tutelata, pure dai possibili ripensamenti del partner, la propria stabilità familiare. Non è insomma solo una questione di difficoltà economiche. Ma ancora una volta, come dicevamo, la realtà ha delle ragioni che la politica finge di non vedere.

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